Esistono Ancora Le Bandiere?

Vanno

Con il

Vento


È da un po’ che non scrivo un pezzo in questo blog. Non è che mi sia passata la voglia di scrivere -anzi, però sto lavorando a un qualcosa che spero di poter condividere con voi presto. Qualcosa a cui tengo molto, e che mi ha impegnato tanto negli ultimi mesi.


Però oggi sono qui, perché sono un paio di giorni che rifletto su delle cose fulminee, e sento la necessità di condividerle.

Ho, da qualche giorno, finito di leggere un libro che mi ha fatto pensare moltissimo alla me giocatrice, e al mondo del basket. Quello di cui faccio parte, quello che mi circonda, quello che poi -in fin dei conti, mi fa guadagnare la pagnotta. Faccio una premessa veloce: al di là di quello che si può pensare o meno, io mi ritengo una persona che vive le cose che fa non con l’attaccamento superfluo di chi passa - resta il giusto - e va. Anche quando ho giocato all’estero ho sempre provato attaccamento per la maglia che vestivo, e non ho mai vissuto i miei contratti come “una botta e via”. Certo, in alcuni posti sapevo che il mio tempo sarebbe stato limitato, ma non l’ho mai vissuto come presupposto. Sono così nel lavoro, ma lo sono anche nella vita: quando mi lego a qualcosa, mi ci lego per sempre: anche se so che domani potrebbe finire, io quella linea del traguardo non la vedo.

Eppure, più vado avanti, più mi rendo conto che effettivamente il mondo dello sport non è una storia d’amore in cui ti sposi per sempre, e anzi, è un business a tutti gli effetti. Per questo i giocatori / giocatrici, vanno e vengono, spesso senza lasciare il segno. Come dice Pozzecco nel libro che mi sono letta (di cui vi parlerò nei prossimi giorni nelLa Mia Libreria), non esistono più le famose “bandiere”, quelle che le squadre si tengono strette perché sono il simbolo. Non esistono più quelle figure che sono il volto della società: che i tifosi riconosco per strada, che i bambini salutano, che non puoi permetterti di perdere, perché perdere loro significherebbe perdere il valore profondo della maglia.


È come se con il tempo ci si sia adattati alla velocità del mondo, del ricambio, che tanto se mandi via una persona ne trovi un’altra. Lo è così per le cose materiali, ma lo sta diventando anche per ogni cosa che ci circonda e che fa parte della nostra quotidianità. Persone comprese.

Mi ha reso triste realizzare questa cosa, forse perché da bambina ho vissuto da spettatrice l’epoca delle bandiere vere, quelle che se dici Varese pensi al Pozz, che se dici la Roma ti viene in mente Totti, che se dici Milan ti vedi Maldini, o se dici Benetton sogni Pittis e Marconato. Così, per citarne alcuni, perché ogni squadra -che si rispettasse, ne aveva almeno una.


Mi ha resto triste pensare che, nel mio piccolissimo, non potrò mai essere una bandiera. Non lo so se la colpa stia in noi giocatori/giocatrici, oppure stia nel sistema delle squadre, dove alla fine sono sempre i soldi a far da padroni. Dove di fatto non conta legarsi ai sentimenti, ma solo al risultato finale, o ad altre cose che non riesco a comprendere.

Come non riesco a comprendere come i volti delle squadre siano spesso e volentieri le stelle del momento, che oggi ci sono e domani sono altrove.

Come non riesco a comprendere come si possa dare tutto per una maglia se quella maglia non la senti tua.

C’è chi ci riesce, chi sa benissimo separare la parte irrazionale dei sentimenti da quella razionale della ragione, facendo del proprio lavoro un qualcosa di spettacolare pur lasciandolo fuori dalla cerchia emotiva. Io non ce la faccio. Se non ci tengo a quello che rappresento, sarà sempre difficile che possa uscire il meglio di me, anche se essere professionisti a volte vuol dire anche quello.


Nella mia carriera da giocatrice sono sempre stata molto fortunata nelle squadre in cui sono stata, inutile dire che per me Schio è come se fosse “casa” e che giro per le strade della città come se fosse da sempre la mia. Ho anche vissuto a Istanbul e mi sono sentita legata alla maglia che indossavo in modo vero e sincero, così come a Montpellier - Taranto - e Venezia che sarà sempre la società che mi ha dato la spinta per prendere il mio volo -e non dimentico. Per non parlare della Nazionale e quella maglia azzurra, che più che una maglia era una specie di seconda pelle, che però mi è stata tolta di dosso ancora senza ben capire perché e per cosa. Forse, appunto, perché ci tenevo troppo. Che sembra banale dirlo, ma non lo è affatto.

Però, alla fine della fiera, la verità è che non sarò mai una bandiera, e mi ha reso particolarmente triste realizzarlo.


Non sto scrivendo questo pezzo per puntare il dito verso qualcuno o verso me stessa, ma solamente per pura condivisione di pensiero, con la speranza che qualcuno mi scriva dicendomi che sto sbagliando, che le “bandiere” esistono ancora, magari anche citandomi alcuni nomi che al momento mi sfuggono.

Il libro del Pozz, mi ha davvero fatto fare un viaggio incredibile sul basket giocato e non, ma più di tutto mi ha mostrato un’autenticità che rimane unica nel suo genere. Mi ha fatto commuovere, mi ha fatto tremendamente ridere, e mi ha fatto anche riflettere pesantemente su quante cose del sistema “basket” mi piacerebbe avere il potere di migliorare.

Ma la verità è che forse ciò che manca davvero ai nostri campionati, sono i volti autentici in cui le persone possano guardarsi, rispecchiarsi e sentirsi “parte”.


A pensarci bene, quando mi chiedevano quale sarebbe stato il mio sogno da “grande”, avrei dovuto aggiungerci questo.

Essere una Campionessa, di quelle come il Pozz.


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