La "Forza Mentale" Nello Sport


Foto di Luca Taddeo

Quando ho deciso che quest’anno avreste scelto voi gli argomenti da trattare nel mio blog, non avrei mai pensato che gl’interessi generali andassero così in profondità. In questi due mesi mi avete proposto di parlare di cose che toccano corde sensibili, e vorrei avere il tempo per poter scrivere su ognuno di questi temi. Mi secca, insomma, doverne scegliere soltanto uno. Ma per il momento non posso fare altrimenti.


Partiamo da un presupposto che spesso viene poco considerato: lo sport è una passione, un amore, e un gioco, ma per chi decide di farlo a livello professionale diventa un lavoro a tutti gli effetti. La squadra non è più l’hobby infrasettimanale con partita e pizza nel weekend, ma bensì una vera e propria azienda, dove l’atleta ne è -allo stesso tempo- prodotto e produzione.

Mi piacerebbe avere la capacità di spiegare al mondo esterno cosa voglia dire davvero convivere con il mix di obbiettivi personali e di squadra, saperli incastrare poi con la vita al di fuori del campo, senza trascurare le passioni e gli amori che ogni individuo -atleta e non- ha.

Ma non credo di potercela veramente fare.

Aggiungiamoci poi che, per il mondo esterno, siamo sempre e solo identificati con l’etichetta di “atleta”, creando un mix esplosivo e confuso per quello che è il nostro mondo interiore, dove spesso il valore che ci attribuiscono viene misurato solo in base ai risultati ottenuti, senza considerazione verso i mille altri fattori che influenzano le nostre prestazioni.


Capirete già da voi, con questo veloce preambolo, che la forza mentale nello sport è…tutto.


La vera sfida di uno sportivo, credo non sia quella di vincere mondiali e olimpiadi, ma quella piuttosto di trovare un sano equilibrio che gli permetta di performare ai suoi massimi livelli, senza perdere contatto con il proprio essere.

Ci sono momenti in cui io stessa mi sono trovata -e ancora ogni tanto mi ritrovo, risucchiata nel vortice del mio “lavoro”, incapace di scindere la mia esistenza dalla mia pratica, sommersa costantemente da aspettative e pressioni. La sensazione che senti dentro è quella di mare in tempesta, di guida al buio, di paura - ansia - agitazione. E in qualche modo ti dici che, visto che sei atleta, devi anche saper sopportare tutto ciò, e quindi il male che ti stai auto-infliggendo lo consideri quasi un onore.

Solo che non lo è.

E prima lo si comprende, meglio è.


La gente crede che essere forti mentalmente, nello sport, abbia tanto a che fare con la prestazione. In parte è vero, perché lavorare sull’aspetto mentale porta a un innalzamento della propria performance. Però la vera forza mentale di uno sportivo la vedi nel bilanciamento che ha nel gestire se stesso e la sua vita, fuori da ciò che è il suo campo pratico.

Abbiamo maree di esempi di campioni a livello sportivo che poi però rendono, o hanno reso, la propria vita un vero inferno di sregolatezze. Perché?

C’è una parte emotiva che spesso vogliamo nascondere sotto il tappeto e far finta che non esista, perché -appunto, non si vede.

I dirigenti non la vedono.

Gli allenatori non la vedono.

I tifosi non la vedono.

I media non la vedono.

Solo noi, che la viviamo in prima persona, siamo in grado di percepirla e riconoscerla. Spesso, cadiamo in errore, e facciamo come tutti gli altri: la ignoriamo.

Lavorare a livello mentale invece, ti porta ad evitare di nascondere tutto dentro un armadio pieno di polvere, e ti fa invece cominciare a fare pulizia.

A volte fa male.

A volte vedi cose che non sono piacevoli e che hai lasciato lì per troppo tempo.

Altre volte trovi sorprese bellissime che ti scordavi di avere.


Se sei uno che guarda lo sport, ogni tanto, prova a ricordarti che in primis ciò che stai guardando è fatto di materiale umano. Non di robot o ologrammi senza anima e senza cuore.

Se sei uno sportivo, magari professionista ma anche amatoriale, o un giovane che sogna di fare del proprio sport un lavoro futuro, ricordati che la tua mente è la cosa più importante che devi salvaguardare. Il corpo, come le prestazioni in campo, lo vedi costantemente e hai un metro diretto e visivo che ti permette di constatare all’istante come ti stai comportando.

Ma la mente richiede un’attenzione diversa, più amorevole, più attenta, e necessita di controlli e allenamenti continui. Ha anche bisogno di aiuto. Un aiuto competente ed esterno a volte, che sappia guidarci nei momenti in cui, sommersi da quei pensieri che offuscano la vista, non riusciamo a guardarci in maniera oggettiva.

E questo vale nel bene, come nel male. Nei successi, come nei fallimenti.


Si può cadere nell’errore di pensare che la vera battaglia per un atleta sia quella di vincere e stra vincere ed essere il migliore al mondo.

Però la battaglia più grande per un atleta non è quella di riuscire a raggiungere ogni risultato prefissato, ma quella di provare a raggiungere il massimo del proprio valore in piena consapevolezza di sè, prendendosi cura della propria parte emotiva in maniera autentica.

La battaglia più grande non è fare.


Ma, piuttosto, imparare ad essere.






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