Lo strano caso di essere un'atleta...DONNA.



Cerco sempre di astenermi da questo argomento, di evitarlo e di tergiversare, perché dopo tanti anni è quasi frustrante dover provare a spiegare cosa vuol dire. Però, proprio ultimamente, mi è capitato di leggere il libro di Sara Gama (Capitano della nostra Nazionale di calcio, ndr.) che mi ha fatto riflettere -ancora una volta, su questo argomento.

Il fatto è che, da sempre, non mi viene mai solo chiesto cosa vuol dire essere una giocatrice. Mi viene chiesto, più che altro, cosa vuol dire essere una giocatrice "donna". Come se il mio lavoro fosse diverso da quello di un giocatore "uomo".

È una sottospecie di domanda di rito, che bene o male a una certa tutti ti fanno. Allora, per questa volta proverò a spiegarvelo. Ma forse lo farò in modo differente.

Come sempre a modo mio.

Ho 32 anni, e il basket è stato la mia vita fin da quando ho ricordi. Tutte le mie scelte, fin da quando ho avuto scelta -diciamo presto, perché son sempre stata una abbastanza decisa, sono ruotate attorno a quel ferro, per poi finire -il più delle volte- nel fondo della retina del mio cuore.

Ho vissuto basket, pensato basket, mangiato basket, parlato basket e guardato basket fino a farmene anche venire la nausea.

Il basket ha significato così tanto per me che a un certo punto non sapevo nemmeno più chi fossi io, perché tutto ciò che credevo di essere era "la giocatrice" di pallacanestro.

Da piccola sognavo di diventare come Micheal Jordan, e in giardino avevo un canestro che ha visto mille stagioni e mille campionati vinti -ovviamente da me, perché io giocavo uno contro...contro me stessa. Tiravo e mi stoppavo da sola. Penetravo e con la mano libera mi facevo fallo. Facevo le auto rimesse, e quando mancavano pochi secondi dalla fine ero sempre sotto di uno: a volte vincevo, altre...altre mi fischiavo fallo sul tiro da tre, e poi me la giocavo ai liberi finali.

Ero piccola, avevo gli occhi di chi non sa nulla ma sogna tutto, e non sapevo che dovesse esserci una distinzione tra maschio e femmina. Non nel basket almeno. Forse perché a casa mia ho visto mio padre allenarmi come ha allenato mio fratello, e mia madre cullare i miei sogni come ha cullato quelli di Luca, e Luca poi credere in me più di quanto abbia -forse- mai creduto in lui.

Insomma, per me il basket è sempre e solo stato basket.

Poi cresci, e sbatti la faccia contro quel muro che non ho ancora ben capito se sia un muro d'ignoranza o di stupidità. Di cattiveria o forse di mancanza d'informazioni.

Sbatti contro i soliti commenti che fanno ridere, e non mi hanno mai particolarmente toccato, ma che oggi mi hanno semplicemente stufato.

I più comuni sono:

Non schiacciate; Non saltate; Fate schifo; Il basket è uno sport da maschi.

Per poi passare a quelli peggiori che evito d'inserire nel mio blog, perché ci tengo a mantenere un certo livello, senza cadere nel buco nero dell'inciviltà.

Per poi finire con i due classici commenti:

Il basket femminile non interessa a nessuno; Il basket femminile non porta soldi a nessuno.

(Perchè, dopotutto, ogni cosa si misura attorno al business.)

Sarei ipocrita a dire il contrario. Sarei palesemente falsa a dire che il basket femminile interessa a tutti, e che porta palate di soldi nel Mondo. Non è così, e forse non lo sarà mai. Certo non a parità con i maschi e certo non nel nostro fantastico paese.

Però su una cosa ci si sbaglia.

Il basket femminile interessa a qualcuno. Il basket femminile a me, per esempio, ha salvato: mi ha cresciuto, mi ha reso la donna che sono ora, e mi ha fatto fare un'esperienza di vita che ho sognato tanto quando ero più piccola e che tanti amici, anche maschi, invidiano.

Quindi forse non interesserà a tutti quanti, ma magari c'è qualche piccola donna che mentre va a scuola palleggia una palla immaginaria e si passa il pallone sotto le gambe, sognando di costruirsi una vita tirando a canestro, o calciando un pallone.

Forse non saremo delle macchine da soldi, e attorno al nostro mondo non gira un business uguale a quello dei miei colleghi ometti. E va bene, lo capisco.

Ma è così un reato se proviamo a voler di più? È così grave se proviamo a farci sentire? È così grave se ci siamo rotte di venire insultate e denigrate per quello che amiamo fare? È così grave se proviamo a ispirare generazioni più giovani, facendo vedere che se credi nei tuoi sogni puoi guadagnarci qualcosa?

Ed è così grave se lottiamo per provare a spingerci più in alto, per poter anche noi costruire un futuro un po' più solido e stabile?

In altri paesi ci riescono, e ci provano costantemente a chiedere di più. Vedi l'America. Vedi la Francia con la sua cultura sportiva che addirittura per anni e anni, a livello basket, è stata sicuramente più famosa per le donne, piuttosto che per il campionato maschile. Ma li c'è una cultura diversa, che parte sì dai piani alti, ma passa anche attraverso le atlete che fanno sentire la loro voce. Che non ci stanno. Che provano a imporsi. Che sbattono i pugni e dicono anche NO quando c'è bisogno di dirlo, per rompere equilibri poco equilibrati e crearne di nuovi -migliori.

Essere giocatrice donna è difficile.

Già essere ATLETA, in generale, è difficile. Aggiungici donna. In primo luogo vivi come tutti gli altri atleti -maschi o femmine, ossia sentendoti semi obbligata (per non dire interamente obbligata) a sentirti fortunata A PRESCINDERE per quello che fai... come se ci fosse stato concesso questo fantastico dono in modo del tutto gratuito. Come se la nostra vita fosse solo e unicamente champagne e caviale, cielo azzurro e sole, mar dei Caraibi e mojiti. Essere un'atleta, nel caso a volte sfuggisse, richiede una disciplina che si estende oltre la pratica sportiva. Sì, siamo fortunati e lo sappiamo, ma ogni tanto ci sta anche sulle palle sentirci dire che non facciamo niente e che per vivere "giochiamo". Hai presente i sabati sera? Noi no. Hai presente dormire in un hotel diverso anche due volte a settimana? Hai presente ore e ore di pullman, o voli aerei a non finire, e valigia sempre pronta? Hai presente le ore di terapie, dormire con dolori vari, e magari prendere svariati antidolorifici per giocare la partita? Perché poi, di fatto, veniamo giudicati quotidianamente, e il nostro lavoro -se sbagliamo qualcosa- non è così certo per l'anno successivo. Pressione? Abbastanza.

Durante questo periodo difficile la gente mi parla e mi dice "bé dai, almeno tu un po' in giro ci vai". Certo: vado da casa alla palestra, passando per il supermercato, con le trasferte rigorosamente in pullman e pizza sul sedile dopo la partita. Vero, non sono in smart-working, ma solo perché sarebbe difficile fare un pick-n-roll dal divano. Ma vi svelo un segreto: il basket è il mio lavoro, e non ho un privilegio diverso dagli altri durante questa pandemia. Per me non c'è zona bianca e non posso andare a farmi lo spritz in centro. Sono in zona rossa impestata anche io.

In secondo luogo dobbiamo spiegare costantemente che sì, siamo donne, ma non è che facciamo meno dei maschi. Non è che mi alleno meno di loro. Non è che quando ci troviamo in palestra facciamo la maglia e leggiamo "Gossip Girl".

Ci facciamo il mazzo, grande anche. E si, prendiamo meno dei maschi... e quindi? Vale meno la nostra corsa? Ci mettiamo meno impegno? Quando raggiungo il 100% della capacità dei miei battiti cardiaci, quella sì che è paragonabile. Però nessuno misura il nostro valore basandosi su quello che ci mettiamo. Vero?

So che viviamo in relazione costante con il conto bancario, e che se prendi meno vuol dire che vali anche meno. Ma non funziona sempre così.

Se si riuscisse a ragionare sui fatti, e si riuscisse per una volta a trovare una bilancia con cui pesare l'amore e la dedizione, forse il business della quale tutti amano parlare conterebbe un pochino meno.

Siamo donne, non uomini. E loro sono uomini, non donne. Non si può guardare uno sport femminile e aspettarsi di vedere le stesse cose di quando guardi lo stesso sport al maschile. Siamo diversi. E per fortuna.

Ma da cos'è partita la voglia di scrivere questo pezzo? Forse dal raggiungimento del limite nel leggere commenti su commenti a riguardo del nostro lavoro. Forse dalla stanchezza di dover sempre -in qualche modo- subire e star muti. Forse anche dalla voglia di provarci ancora. I leoni da tastiera ci sono sempre, e sono spesso -purtroppo- uomini, che forse la domenica ci guardano pure, e rinnegano il loro scadente tentativo di diventare fenomeni - insultandoci.

Quando ci chiedete com'è essere una giocatrice donna, o quando vi viene voglia di giudicarci e paragonarci ai nostri colleghi, fermatevi un secondo -pensate fortemente a questa ipotesi, e ripetete con me:

Domani potrei avere una figlia, che forse sognerà di vivere come un'atleta e che magari vorrà dedicare la sua vita a uno sport. Le chiederei mai cosa vuol dire essere un'atleta donna?

Se la risposta è no, allora non chiedetelo neanche a noi.

Piuttosto, se proprio proprio dovete farci una domanda, chiedeteci quanto amiamo quello che facciamo.

Credo, e lo do quasi per certo, che la risposta sarà uguale a quella di qualsiasi altro atleta -uomo.


O forse, a volte, anche qualcosa in più.