La musica unisce? Forse si, forse no.

Ti parlo,

Ma tu, 

Canti.


LA MUSICA UNISCE?

Forse si, Forse no.


Ci sono buone probabilità che questa domanda mi spinga controcorrente, a nuotare un mare difficile, più che per le opinioni altrui per le risposte che dovrò dare a me stessa.

Faccio una premessa, per potermi poi - forse - rendere più comprensibile: adoro la musica, scarico album che qualcuno mi ha insegnato ad ascoltare dalla prima canzone fino all’ultima, mi lega a momenti importanti della mia vita, mi fa compagnia, mi cambia l’umore, mi fa cantare, ho pure inciso nella mia camera qualche pezzo rap, e spesso…

Mi isola.


Ed è proprio questo che mi fa chiedere quanto la musica unisca, e quanto invece ci separi.


Ripercorro con la mente il mio passato musicale, partendo quando da bambina, in macchina con la mia famiglia, si metteva una cassetta all’inizio del viaggio e si cantava a squarciagola tutti assieme. 

Non è che potevi scegliere che canzone ascoltare: fare rewind non era così semplice, e dovevi avere un dito abbastanza scaltro e veloce per trovare il punto giusto d’inizio canzone. 

Ma era bello. 

Si sapevano tutte le canzoni a memoria, e sapevi sempre quale sarebbe stata la successiva. 

Avevo anche un walkman che pesava come un mattone, e per registrare le canzoni che m’interessavano dovevo fare un casino ingegneristico con microfoni e la radio, che a ripensarci fa anche un po’ ridere. 

Funzionava a pile, che non potevi ricaricare. Una volta finite, finiva anche la musica, e pace. 

Poi il tempo ci ha regalato i lettori cd. Innovazione che ci sembrava talmente figa da dedicare ore e ore alla masterizzazione. I primi lettori cd non erano mp3: 12, massimo 16 canzoni, e dovevi scegliere accuratamente. 

Anche se era diventato più facile skippare le canzoni che non ci piacevano. 

Ricordo che si andava in giro con delle vere e proprie valigette per Cd-Rom: più ne avevi meglio era, e a nessuno fregava se per potarsi dietro tutto, nello zaino non restava spazio neanche per la merenda. Solo che ancora tutto dipendeva da quanto le pile duravano, e le cuffiette - che al tempo erano tutte nere e facevano anche un discreto male - non erano incollate costantemente alle nostre orecchie. I cd si portavano, ma la musica la si ascoltava assieme: nelle gite scolastiche o anche nelle trasferte di squadra, c’era sempre qualcuno che portava un mini stereo per piazzare la musica: si salvavano i soldi delle pile, invece che 12 lettori cd se ne usava uno soltanto. 

Nel mentre si parlava, giocava, si creavano legami e si conosceva chi ci stava attorno.

Era raro vedere qualcuno con le cuffie. E molto spesso - al contrario di oggi - quelli che usavano le cuffie, erano quelli meno “cool”. 

La musica univa. 

Univa perché anche se na canzone ti faceva cagare, sapevi che a quello accanto a te piaceva. Allora andava bene uguale. Si faceva uno sforzo. E magari si finiva per impararla a memoria. 

Univa perché non ci escludeva dal mondo. Ma anzi, ci includeva in quello degli altri. 

Ci voleva anche un certo impegno e dedizione a preparare un cd: scaricare musica non era così facile, e internet era veloce come un criceto zoppo. Se eri quasi alla fine del download e qualcuno chiamava a casa, si fermava tutto, e non sapevi mai poi da dove sarebbe ricominciato. 


Poi, cos’è successo? 


Poi è successo che hanno cominciato ad uscire i primi mp3. Con batterie ricaricabili. Dove potevi metterci dentro un centinaio di canzoni. Fino ad arrivare al cambiamento radicale, quello che viviamo tutt’ora. Diciamo l’oggetto ZERO della nostra “non” solitudine: l’Ipod.

Così elegante. Così leggero. Così capiente. Con delle cuffie bianche che erano diverse da quelle che si usavano fino a quel momento. Belle.

Ecco cos’è successo.

Ma poi è stato una discesa libera senza freni di nuove cose: iPhone (dove potevi mettere musica), iTunes, Spotify e chi più ne ha più ne metta. 

Ora la musica è sempre, SEMPRE, nelle nostre tasche, a portata di click. E non un numero limitato di canzoni, ma TUTTE le canzoni che esistono. 

Anche quelle che ascoltavo in macchina con i miei 25 anni fa in cassetta.


Le cuffie non hanno nemmeno più il filo, sono sempre bianche la maggior parte, e ovunque vai vedi qualcuno che le indossa.

Camminare per un parco ti lascia l’emozione del disco che decidi di ascoltare in quel momento, e ti fa allontanare dal rumore dei tuoi passi.

I viaggi in pullman sono solo un altro momento per isolarsi dal mondo, guardare il paesaggio passare fuori con una melodia che scegli in base al tuo umore. 

Non esiste più il cantare assieme, il giocare a carte e raccontarsi le ultime. 

Prima non eri cool se avevi le cuffie, ora sei veramente strano se non le hai.

Non si ha più un’idea di che musica ascolti colui che ti è accanto. Sempre che non ti spingi a chiederglielo. Ma spesso hai paura a bussare sulla spalla, credendo di scocciare nell’interrompere una canzone…anche se può farla ripartire miliardi di volte, il gesto di doversi togliere una cuffia è diventato un gesto di favore piuttosto che un piacere che apre al dialogo.


Ma, sopratutto, la gente non conosce più il potere della solitudine. 

Sedersi su na panca, o in camera, nella musica che ci regala l’universo: quella che ci fa finalmente ascoltare quello che abbiamo da dire a noi stessi; quella che ci fa avere idee geniali; quella che ci fa sognare e affrontare il groviglio di melodie che è rinchiuso nel nostro cuore. Una solitudine che è necessaria a chiunque per stringersi e conoscersi, senza essere interrotti da note - bellissime - che però occupano il nostro spazio.

Così, mi chiedo se la musica unisca o divida. E non so rispondere. 

Forse come in tutte le cose c’è una via di mezzo che ci fa stare in pace con noi stessi, anche se credo ci voglia silenzio per riuscire a trovarla. 

La musica sarà sempre una forma d’arte che metterà un punto esclamativo alle emozioni che viviamo, ma andrà anche lei a perdersi pian piano, non sapendola più condividere in modo lento. 

Certo, la postiamo nelle stories, solo perché speriamo che qualcuno la veda e capisca che è messa li per lei/lui. 10 secondi e poi…speriamo.


Forse i giovani, quelli nati dal 95 in poi, capiranno questo pezzo solo a metà, avendo avuto fin da subito la tecnologia nel palmo della mano.


Nel 2005 Grignani diceva in una sua canzone:  “Musica, dai suona più forte, non voglio sentire quello che non riesco a capire.” 

E si, forse per un po’ si può alzare il volume al massimo facendo finta pure che non ci sia nulla da sentire. 

Eppure, presto o tardi, le batterie che abbiamo dentro finiranno.  


Dovremmo re-imparare a passeggiare mano nella mano con noi stessi, ed accorgerci -  finalmente - della melodia che guida i nostri passi. 

Della voce dei nostri pensieri.


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