SuperClassico

Ricominciare

Da Zero,

Costantemente.



Torno a scrivere, e lo faccio in un momento per me particolare.


Dopo una sconfitta.


L'altra notte, dopo aver perso il primo trofeo di questa stagione, la SuperCoppa, mi sono ritrovata per ore stesa nel letto a fissare il soffitto.

Sentivo un male nuovo, che pulsava, ma ci ho messo poco a capire da dove venisse: l'età. Quella che il giorno dopo la terza partita in 4 giorni, ti fa sentire male anche alle punte dei piedi. E si, sappi che se tu che stai leggendo sei giovane, arriverai anche tu a sentirti così...specialmente se deciderai di fare sport come professione.

Così, da questo male che non mi faceva dormire e trovare una posizione comoda, mi sono partiti tutta una serie di pensieri e riflessioni...


Di solito quando si gioca un trofeo importante, il giorno dopo si parla solo di chi vince. Andrò contro corrente, per una volta, raccontandovi di chi perde. Lo so, di solito non si fa. Ma, forse perché a questo punto della mia vita conosco benissimo entrambe le sensazioni, mi sento una persona abbastanza consona per farlo.


E si può riassumere così: perdere fa cagare.


Non fa cagare solo perché, di fatto, perdi. Ma fa cagare per tutto quello che ti lascia dopo.

Quando vinci, (si lo so, scusatemi, sarò breve nella parte della vittoria), ti svegli il giorno dopo e...ed è tutto come prima. Senti di aver fatto il tuo dovere, perché vincere è un po' il nostro dovere, e bene... finisce pressapoco li.

La gioia della vittoria è veloce, passa come un treno. E poi ritorni a pensare alla prossima partita.


Quando perdi, invece, fa schifo.

Il mattino dopo ti svegli, e hai male ovunque, ma dirlo e ammetterlo ti fa anche sentire parzialmente in colpa. Quindi quel male fisico dovuto alle botte, ai blocchi, ai gomiti, e a tutto il resto, te lo tieni e taci.

Perché ammettere che ti senti pure di merda sarebbe una sottospecie di doppia sconfitta.

Durante la notte non chiudi occhio, perché anche se non vuoi, anche se provi a pensare ai Caraibi, la partita te la rivedi tutta anche se hai gli occhi chiusi: la conosci a memoria, e gira in testa come un film che hai rivisto mille volte. Molto spesso, mi sento di dirlo, si vedono cose sbagliate, ma quello non conta, perché quando perdi più ti fai male ripensandoci, meglio credi che sia.

Come se martoriarti interiormente servisse a farti sentire un po' meno peggio.

Ma no, non funziona.


Cominci la giornata, e non riesci bene a capire cosa devi fare. Perché tanto qualsiasi cosa fai, ieri hai perso, e se potessi rigiocheresti subito.

Ma niente, non si può.

Così vaghi nella tua routine con questo bi-mattone appoggiato tra la gola e la bocca dello stomaco, e provi in tutti i modi a mandarlo giù, finché capisci che...come il male fisico, anche questo devi tenertelo e tacere.


Con l'esperienza ho imparato a dare un peso alle cose, a valutarle con una lente diversa, e non lo faccio quasi mai a caldo.

Eppure, non cambia la sensazione che ti porti dentro.

Per farvi capire, è come quando stai preparando una torta, super buona e che vuoi a tutti i costi. La prepari, ci metti pure un bel ricamino, e quando la stai per servire a tutti gli invitati, ti cade.

Si smerda per terra.

E tutti sono li a guardarti. Con quel misto di giudizio e pena, che magari esiste solo nella tua mente.


La verità è che fare l'atleta è bellissimo, ma è anche difficile. Lo so che da fuori sembra sempre tutto rose e fiori, che viviamo un privilegio fantastico, e che "muti e pedalare".

Ma tu immaginati se mentre rispondi al telefono per prendere appuntamenti, avessi davanti una folla di persone pronte ad applaudirti o a urlarti dietro, in base a come-dove-quando scrivi.

Ripeto: conosco la fortuna che ho/abbiamo, anche se, nel caso steste per dire qualcosa di polemico, vi fermo subito dicendo che posso assicurarvi che non è che una mattina ci hanno bussato alla porta e ci hanno consegnato il pacco regalo contenente la tessera di atleta...ma riconosco comunque di essere fortunata.

Però vi posso anche assicurare che ci sono delle sfumature, dei momenti nella carriera di ognuno di noi, che nessuno vedrà mai e nessuno considera mai, che sono tosti da gestire e da mandare giù.


Tipo il giorno in cui devi tornare in palestra post sconfitta.

Quando l'umore è di un colore misto tra il nero e il nerissimo. L'aria è talmente pesante che serve un motopicco per potersi muovere. E hai ancora male ovunque nonostante il giorno di riposo che avrebbe dovuto rimetterti in sesto.

Ma no, non puoi ancora permetterti di dirlo.


Però poi succede che...


Succede che prendi la palla in mano. Che le tue compagne, lo staff, chi c'è in palestra, è serio.

Ma lo vedi negli occhi di chiunque che c'è ancora quella fiamma.

Che c'è ancora quella voglia.

Perché possiamo raccontarci tutto quello che vogliamo, ma mentre la vittoria passa, la sconfitta resta.


E insegna.


Insegna sempre a chi ha il coraggio di guardare i propri errori.

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*E vi posso giurare che guardarli (perché ovviamente poi la partita te la riguardi TUTTA almeno un paio di volte), non ha niente -NIENTE- di poetico.*



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